Storia

CRB Oberon

Quando l’elettronica digitale incontrò il calore dell’analogico

Ci sono strumenti che rappresentano l’evoluzione naturale di una tecnologia.

Altri, invece, nascono rompendo completamente gli schemi.

Il CRB Oberon appartiene senza dubbio a questa seconda categoria.

Presentato dalla CRB Elettronica di Ancona, azienda fondata dal visionario Duilio Borsini, l’Oberon non può essere considerato un semplice sintetizzatore analogico. È un progetto estremamente originale che anticipa concetti destinati a diventare comuni solo molti anni più tardi.

La progettazione fu affidata principalmente all’Ing. Sergio Menchinelli, affiancato da Giovanni Livieri, tecnico della stessa CRB.

Osservando l’architettura interna dello strumento si comprende immediatamente come Menchinelli abbia affrontato il problema con una mentalità completamente diversa rispetto ai progettisti dell’epoca.

Mentre la maggior parte dei sintetizzatori continuava ad utilizzare oscillatori controllati in tensione, l’Oberon iniziava già a ragionare in termini di logica digitale.

È probabilmente questa la caratteristica che rende ancora oggi questo strumento uno dei progetti più affascinanti mai realizzati in Italia.


La visione di Duilio Borsini

Per comprendere l’Oberon bisogna prima conoscere la filosofia della CRB.

Duilio Borsini non era semplicemente un imprenditore.

Era una persona capace di guardare molto avanti.

In un periodo in cui il mercato proponeva sintetizzatori sempre più simili tra loro, volle realizzare uno strumento che non fosse una copia di ciò che già esisteva.

Per riuscirci si affidò ad un progettista fuori dal comune.

Sergio Menchinelli non proveniva dal classico mondo degli strumenti musicali.

Il suo modo di affrontare i problemi era quello di un ingegnere abituato a ragionare con logica, numeri e sistemi digitali.

Questo approccio influenzò profondamente tutto il progetto dell’Oberon.


Un sintetizzatore che ragiona in binario

La differenza fondamentale rispetto ai sintetizzatori tradizionali emerge già dal primo istante in cui viene premuto un tasto.

Negli strumenti analogici classici la tastiera genera direttamente una tensione proporzionale alla nota da suonare.

Nell’Oberon accade qualcosa di completamente diverso.

Sotto la tastiera è presente una scheda dedicata esclusivamente alla codifica delle note.

Ogni tasto viene trasformato in un codice binario che rappresenta l’informazione musicale.

Da questo momento in poi lo strumento non lavora più con tensioni analogiche.

Lavora con numeri.

È una scelta estremamente moderna.

La tastiera diventa una periferica digitale che comunica con il resto del sintetizzatore attraverso informazioni binarie.

Per la fine degli anni Settanta si tratta di una soluzione decisamente innovativa.


Il cervello dell’Oberon

Una volta codificata la nota, tutte le informazioni raggiungono la scheda logica principale.

È qui che il progetto rivela tutta la sua originalità.

Questa sezione rappresenta il vero centro di elaborazione dello strumento.

Riceve il codice della nota.

Gestisce il portamento.

Smista i dati verso i due oscillatori.

Coordina il circuito di modulazione di ampiezza.

Controlla il funzionamento dell’intero sintetizzatore.

In pratica svolge il ruolo che pochi anni dopo sarebbe stato affidato ad un microprocessore.

Ma qui non esiste alcun processore.

Tutto viene realizzato attraverso logica cablata, circuiti TTL e memorie programmabili.

È un autentico esempio di ingegneria digitale applicata alla musica.


Le PROM: memoria al servizio della musica

Tra i componenti più affascinanti dell’Oberon troviamo tre memorie PROM bipolari.

Oggi un compito simile verrebbe affidato ad un microcontrollore o ad una memoria Flash.

All’epoca, invece, rappresentavano una soluzione estremamente avanzata.

Il loro compito è convertire i codici binari provenienti dalla tastiera nelle informazioni necessarie al funzionamento degli oscillatori.

In pratica rappresentano una sorta di tabella matematica cablata.

Ad ogni nota corrisponde una precisa combinazione di bit che permette di ottenere la frequenza desiderata.

Questa soluzione garantisce una precisione elevatissima e una velocità di elaborazione praticamente istantanea.


Il portamento visto con gli occhi di un informatico

Uno degli aspetti più sorprendenti dell’Oberon riguarda il modo in cui viene realizzato il portamento.

Nei sintetizzatori analogici tradizionali questa funzione viene ottenuta caricando lentamente un condensatore, creando così una variazione graduale della tensione che controlla l’oscillatore.

Menchinelli sceglie una strada completamente diversa.

Poiché la nota è rappresentata da un numero binario, il portamento viene ottenuto modificando progressivamente quel numero attraverso una logica di scorrimento dei bit.

Non si tratta più di una semplice variazione di tensione.

È una vera elaborazione digitale della nota.

Una soluzione elegante, precisa e incredibilmente moderna.


Due oscillatori… ma digitali

Il cuore sonoro dell’Oberon è costituito da due oscillatori controllati digitalmente.

Non sono VCO tradizionali.

Sono, di fatto, due DCO.

La frequenza non dipende dalla stabilità di un convertitore esponenziale analogico.

Dipende direttamente dalle informazioni digitali elaborate dalla logica dello strumento.

Questo approccio offre vantaggi enormi.

L’accordatura rimane stabile.

Le variazioni di temperatura incidono molto meno sul comportamento dello strumento.

La precisione dell’intonazione risulta nettamente superiore rispetto a molti sintetizzatori analogici contemporanei.

È una soluzione che anticipa di diversi anni la filosofia adottata successivamente da numerosi costruttori.


La modulazione di ampiezza

Una delle caratteristiche più originali dell’Oberon è la presenza di una sezione dedicata alla Amplitude Modulation.

Anche in questo caso il progetto segue una strada poco convenzionale.

La modulazione viene strettamente integrata con il primo oscillatore attraverso una logica digitale dedicata.

Il risultato è una sezione capace di generare timbri metallici, campanellanti e particolarmente ricchi di armoniche.

È una scelta che amplia notevolmente le possibilità timbriche dello strumento senza ricorrere a circuiti inutilmente complessi.


Il rumore e il tempo

Ogni sintetizzatore necessita di una sorgente di rumore e di riferimenti temporali estremamente stabili.

Nell’Oberon queste funzioni sono affidate ad una scheda dedicata che genera sia il rumore bianco sia i segnali di clock utilizzati dagli oscillatori.

Anche questa separazione funzionale dimostra quanto il progetto sia stato concepito in maniera estremamente modulare.

Ogni scheda svolge un compito preciso.

Ogni funzione è chiaramente separata dalle altre.

È una filosofia progettuale che semplifica sia la costruzione sia la manutenzione dello strumento.


Il filtro: dove ritorna l’analogico

Dopo tanta elettronica digitale arriva finalmente la parte più musicale dello strumento.

Il filtro.

Ed è qui che Menchinelli compie una scelta estremamente intelligente.

Pur affidando tutta la generazione delle note alla logica digitale, decide di mantenere completamente analogica la sezione che determina il carattere sonoro.

Il filtro continua infatti a svolgere il compito fondamentale di scolpire il contenuto armonico degli oscillatori.

Aprendo o chiudendo la frequenza di taglio il musicista può trasformare radicalmente il timbro, passando da sonorità brillanti e aggressive a suoni morbidi, caldi e profondi.

È proprio questo elemento analogico a conferire all’Oberon quella musicalità che sarebbe stata difficile da ottenere con una catena interamente digitale.


Due inviluppi indipendenti

L’Oberon dispone di due sezioni ADSR completamente indipendenti.

Ogni oscillatore possiede il proprio inviluppo dedicato.

Questa scelta permette di controllare separatamente l’evoluzione dinamica delle due sorgenti sonore.

È una soluzione raffinata che offre una notevole libertà creativa.

Attacchi differenti.

Decadimenti indipendenti.

Rilasci personalizzati.

Tutto contribuisce a rendere il timbro più vivo e complesso.


Un progetto costruito come un computer

Aprendo il CRB Oberon si ha quasi la sensazione di osservare l’interno di un computer specializzato nella sintesi sonora.

Ogni scheda svolge una funzione precisa.

La tastiera codifica.

La logica elabora.

Le PROM convertono.

Gli oscillatori generano.

Il modulatore modifica.

Il filtro scolpisce.

Gli inviluppi danno vita al suono.

Ogni blocco comunica con gli altri seguendo una struttura rigorosamente organizzata.

È un modo di progettare estremamente razionale, lontano dalla filosofia dei sintetizzatori analogici tradizionali.


Un progetto avanti rispetto al suo tempo

Osservando oggi l’architettura dell’Oberon è difficile non rimanere colpiti dalla modernità delle sue soluzioni.

Molti concetti presenti in questo strumento diventeranno comuni soltanto negli anni successivi, con la diffusione dei sintetizzatori controllati da microprocessore.

L’Oberon dimostra come fosse possibile ottenere una gestione completamente digitale della generazione sonora senza rinunciare al carattere musicale dell’elettronica analogica.

È proprio questo equilibrio tra due mondi apparentemente opposti a rappresentare il vero capolavoro progettuale di Sergio Menchinelli e Giovanni Livie

CRB Voco-Strings

Tra gli strumenti più originali realizzati dalla CRB Elettronica, il Voco-Strings occupa sicuramente un posto speciale. Pur presentandosi esteticamente come una compatta string machine, al suo interno racchiude una progettazione decisamente più sofisticata, dove la classica sintesi polifonica viene affiancata da una vera sezione di elaborazione vocale basata sulla tecnologia dei vocoder.

La sezione Strings

La generazione delle note è affidata al circuito integrato SGS M083B1, appartenente alla famiglia dei Top Octave Generator sviluppati per gli organi elettronici.

Questo integrato genera simultaneamente le dodici note dell’ottava superiore con elevata precisione; tutte le ottave inferiori vengono poi ottenute mediante una catena di divisori digitali, soluzione che negli anni Settanta rappresentava lo standard delle tastiere completamente polifoniche.

Analizzando la scheda oscillatore emerge però un’altra soluzione molto interessante.

Ogni nota generata dal Top Octave Generator viene infatti distribuita a una lunga serie di circuiti TDA1008, uno per ciascun canale di divisione. La presenza di numerosi TDA1008 conferma che la CRB ha realizzato una classica architettura “Top Octave + Divider”, ma con una distribuzione estremamente ordinata e modulare, caratteristica tipica dei progetti professionali dell’azienda.

L’intera scheda è organizzata in modo quasi perfettamente simmetrico, con undici sezioni ripetitive dedicate alla divisione delle frequenze e alla distribuzione delle note lungo tutta la tastiera, soluzione che semplificava sia la produzione sia l’eventuale assistenza tecnica.

Il cuore del Voco

La vera particolarità dello strumento è però la sezione VOCO.

Durante il reverse engineering della scheda principale abbiamo scoperto un dettaglio estremamente curioso: tutti gli integrati NE570 presenti sul circuito sono stati intenzionalmente abrasi, eliminando completamente la sigla identificativa.

Negli anni Settanta questa pratica era piuttosto diffusa tra alcuni costruttori italiani e aveva uno scopo ben preciso: rendere molto più difficile copiare il progetto da parte della concorrenza.

Fortunatamente il layout della scheda e l’analisi del circuito non lasciano dubbi: gli integrati utilizzati sono proprio gli NE570.

Un banco di filtri professionale

L’NE570 nasce come Compandor, cioè un circuito integrato comprendente:

  • due celle di guadagno variabile;
  • un raddrizzatore a onda intera;
  • un amplificatore operazionale;
  • circuiti di controllo dinamico.

Progettato originariamente per sistemi telefonici professionali, offre oltre 110 dB di dinamica, bassissima distorsione e un’elevata linearità, caratteristiche che lo hanno reso estremamente interessante anche nel settore audio professionale.

Nel Voco-Strings la CRB sfrutta queste caratteristiche in modo decisamente originale.

I numerosi NE570 sono infatti collegati in cascata per realizzare una banca di filtri a bande multiple, nella quale ogni sezione analizza una specifica porzione dello spettro della voce proveniente dal microfono.

L’inviluppo di ciascuna banda viene poi trasferito al segnale generato dalla sezione Strings, ottenendo il classico effetto vocoder, nel quale il sintetizzatore “parla” seguendo la pronuncia dell’esecutore.

L’organizzazione estremamente regolare della scheda, composta da numerose sezioni praticamente identiche, lascia intuire un progetto sviluppato secondo criteri modulari, molto simili a quelli impiegati nei vocoder professionali dell’epoca.

Un progetto che non voleva essere copiato

L’analisi delle varie schede mostra chiaramente come il Voco-Strings sia stato progettato seguendo una logica estremamente ordinata e modulare.

La scelta di cancellare gli NE570 dimostra quanto la CRB considerasse questa macchina tecnologicamente avanzata e quanto desiderasse proteggerne il know-how.

Ancora oggi, osservando la qualità del layout, la disposizione simmetrica delle sezioni elettroniche e le soluzioni adottate per la sintesi e l’elaborazione vocale, è evidente come il Voco-Strings rappresenti uno dei progetti più sofisticati realizzati dalla CRB Elettronica, testimonianza dell’elevato livello tecnico raggiunto dall’azienda marchigiana nel settore degli strumenti musicali elettronici.

CRB Computer Band 2000

Tra i prodotti più originali realizzati dalla CRB Elettronica, la Computer Band 2000 rappresenta senza dubbio uno dei progetti più innovativi della produzione italiana di fine anni Settanta.

Presentata nel 1978, questa sofisticata unità di autoaccompagnamento racchiudeva in un unico strumento una drum machine configurabile attraverso gli switch del pannello, un sintetizzatore dedicato al basso, due sezioni dedicate agli accordi e un arpeggiatore, offrendo al musicista un vero e proprio accompagnamento automatico capace di trasformare una semplice tastiera in una piccola orchestra elettronica.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la Computer Band 2000 non nacque inizialmente come strumento autonomo. Il progetto venne infatti sviluppato per essere integrato negli organi di punta della CRB, in particolare nei prestigiosi 910 e 910M Diamond, ai quali forniva la completa sezione ritmico-armonica.

Fu soltanto in un secondo momento, riconosciute le potenzialità del progetto, che la CRB decise di estrapolare l’intera elettronica e racchiuderla in un elegante mobile dedicato, dando così vita alla Computer Band 2000 come unità stand-alone, utilizzabile con qualsiasi tastiera.

Questa scelta non fu casuale, ma rifletteva l’evoluzione del mercato degli strumenti musicali dell’epoca. Le unità di accompagnamento automatico erano infatti particolarmente richieste nei Paesi del Nord Europa, dove l’intrattenimento musicale dal vivo era spesso affidato a musicisti solisti o a piccoli gruppi che necessitavano di un supporto ritmico e armonico completo. In Italia, invece, questa cultura era ancora poco diffusa: il panorama musicale era dominato dai complessi e dalle band, dove basso, batteria e accompagnamento erano affidati ai musicisti e non a dispositivi elettronici.

Per questo motivo molte aziende italiane, tra cui CRB, Eko, Crumar ed Elka, svilupparono inizialmente queste sezioni di accompagnamento pensando soprattutto ai mercati esteri, per poi proporle anche come strumenti indipendenti destinati a un pubblico internazionale.

Per quanto siamo riusciti a ricostruire attraverso le nostre ricerche, lo sviluppo del progetto fu seguito principalmente da Giovanni Livieri, dell’Ufficio Tecnico CRB, responsabile della progettazione della parte elettronica analogica, mentre la sezione basata su microprocessore venne sviluppata dall’ingegner Sergio Menchinelli, autore di alcune delle più importanti realizzazioni della CRB Elettronica.

Alla definizione delle sonorità di questo straordinario arranger contribuì inoltre anche il nostro caro amico Marcello Colò, storico collaudatore CRB, che partecipò alla messa a punto timbrica dello strumento, contribuendo a creare quel carattere sonoro che ancora oggi rende la Computer Band 2000 immediatamente riconoscibile.

Nel corso della produzione vennero realizzate due versioni della Computer Band 2000.

Dal punto di vista elettronico risultano sostanzialmente identiche; la differenza principale è rappresentata dalla presenza, nella seconda versione, di un connettore posteriore per il controllo remoto, affiancato da un grande pulsante rosso, particolare che permette di distinguerla immediatamente dalla prima serie.

Oggi la Computer Band 2000 è uno degli arranger italiani più rari e ricercati dai collezionisti, non soltanto per la limitata diffusione, ma anche perché rappresenta una delle più interessanti espressioni dell’ingegneria elettronica italiana applicata agli strumenti musicali.

Crumar Crucianelli Compac Synth

Il Compact Synth rappresenta uno dei primi sintetizzatori completamente italiani e nasce nel 1973 dalla collaborazione tra Crumar e Crucianelli, due aziende marchigiane che in quegli anni stavano sperimentando nuove soluzioni nel campo della sintesi elettronica.

Prodotto in un numero estremamente limitato di esemplari, oggi è considerato uno dei sintetizzatori italiani più rari e meno conosciuti, tanto da essere quasi assente dalla documentazione tecnica disponibile. Il lavoro di reverse engineering che abbiamo realizzato ha permesso di ricostruirne completamente il funzionamento elettronico, facendo emergere alcune soluzioni progettuali decisamente originali.

Una struttura a due sintetizzatori indipendenti

Analizzando lo schema a blocchi si nota immediatamente una caratteristica insolita per l’epoca: il Compact Synth è composto da due catene di sintesi completamente indipendenti, denominate A e B.

Ciascuna dispone di:

  • un proprio VCO;
  • un generatore di forme d’onda;
  • un filtro VCF dedicato;
  • un amplificatore VCA indipendente.

Le due sezioni possono essere utilizzate separatamente oppure miscelate tra loro, offrendo una notevole varietà timbrica pur mantenendo un’architettura relativamente semplice. Lo schema a blocchi mostra chiaramente questo doppio percorso del segnale, con uscite dedicate A, B e una terza uscita ottenuta dalla somma dei due canali.

Una tastiera “split” completamente passiva

Uno degli aspetti più interessanti emersi dal reverse engineering riguarda la tastiera.

A differenza della maggior parte dei sintetizzatori dell’epoca, nei quali un unico bus CV pilota tutti gli oscillatori, nel Compact Synth la tastiera è realizzata come un’enorme rete resistiva.

Ogni tasto dispone infatti di due contatti indipendenti, uno destinato al sintetizzatore A e l’altro al sintetizzatore B.

La tastiera risulta inoltre divisa (split) in due sezioni elettricamente separate. Lo schema evidenzia chiaramente il punto di separazione (“Split Point”), dal quale le linee di controllo vengono distribuite verso i due circuiti oscillatori.

Questa soluzione permette di indirizzare separatamente il controllo dei due sintetizzatori mantenendo una circuitazione interamente analogica.

L’accordatura: un lavoro di pazienza

Probabilmente la caratteristica più affascinante dello strumento riguarda il sistema di taratura.

Ogni singolo tasto della tastiera possiede due trimmer di regolazione, uno dedicato all’oscillatore A e uno all’oscillatore B.

In pratica l’intera tastiera costituisce un enorme partitore resistivo calibrato manualmente, nel quale ogni nota viene regolata individualmente.

Ciò significa che l’accordatura completa dello strumento richiede la regolazione di decine di trimmer, uno per ogni nota e per ciascuno dei due oscillatori.

È una soluzione estremamente laboriosa, ma che consentiva ai progettisti di compensare con grande precisione le inevitabili tolleranze dei componenti analogici disponibili all’inizio degli anni Settanta.

Due oscillatori, due caratteri sonori

I due oscillatori sono molto simili come struttura elettronica ma non perfettamente identici nella configurazione.

Entrambi utilizzano un convertitore esponenziale a transistor seguito da un oscillatore controllato in tensione, mentre la selezione delle ottave e delle forme d’onda avviene mediante una rete di commutazione completamente analogica. Lo schema evidenzia inoltre la presenza del vibrato LFO, che può essere instradato verso uno o entrambi i VCO.

La possibilità di combinare due oscillatori separati, ognuno con il proprio filtro e il proprio inviluppo, conferisce al Compact Synth una flessibilità sorprendente per uno strumento del 1973.

Filtri e inviluppi indipendenti

Anche la sezione di filtraggio segue la stessa filosofia modulare.

Ogni sintetizzatore dispone del proprio filtro passa-basso risonante e del proprio generatore d’inviluppo, consentendo di ottenere timbriche differenti tra le due sezioni.

L’utente può quindi utilizzare il sintetizzatore A come voce principale e il sintetizzatore B come rinforzo, oppure creare due sonorità differenti da miscelare in uscita.

Una progettazione completamente discreta

L’intero strumento è realizzato quasi esclusivamente con componenti discreti e piccoli circuiti integrati logici disponibili nei primi anni Settanta.

Non troviamo ancora i grandi integrati specializzati che diventeranno comuni solo negli anni successivi.

Ogni funzione fondamentale — oscillatori, convertitori esponenziali, filtri, amplificatori e generatori d’inviluppo — è ottenuta attraverso circuiti dedicati, progettati specificamente dai tecnici Crumar.

Questo rende il Compact Synth una vera fotografia della tecnologia disponibile nel 1973.

Un progetto sorprendentemente moderno

Osservando oggi lo schema completo, colpisce la chiarezza dell’architettura e la razionalità con cui è stato progettato.

L’adozione di due percorsi di sintesi indipendenti, la tastiera split, il sistema di accordatura individuale di ogni nota e la completa modularità delle sezioni dimostrano come i progettisti avessero già sviluppato un approccio estremamente moderno alla sintesi analogica.

Nonostante sia rimasto uno strumento rarissimo, il Compact Synth rappresenta una tappa importante nella storia dell’elettronica musicale italiana. È la dimostrazione che già nei primi anni Settanta le aziende marchigiane erano in grado di progettare sintetizzatori originali e tecnicamente sofisticati, anticipando molte delle soluzioni che avrebbero caratterizzato gli strumenti analogici degli anni successivi.

 

Davoli Davolisint (1973)

Il Davolisint rappresenta uno dei sintetizzatori italiani più interessanti e, allo stesso tempo, meno conosciuti dei primi anni Settanta.

Progettato da Athos Davoli e presentato nel 1973, nasce in un periodo di enorme fermento tecnologico, pochi anni dopo la comparsa dei grandi sintetizzatori americani come il Minimoog. Mentre questi ultimi erano strumenti estremamente costosi e destinati a musicisti professionisti, il progetto Davoli seguiva una filosofia completamente diversa: realizzare un sintetizzatore analogico dal costo contenuto, semplice da utilizzare e accessibile a un pubblico molto più ampio.

Dietro questa apparente semplicità si nasconde però un progetto decisamente originale, tanto da essere oggetto di un brevetto internazionale depositato da Athos Davoli nel 1973 e successivamente registrato negli Stati Uniti nel 1974.

Un brevetto molto diverso dagli altri sintetizzatori

Davolisint-Patent.pdf (3 download )

La caratteristica più innovativa del Davolisint non riguarda tanto gli oscillatori o il filtro, quanto il modo con cui il musicista interagisce con lo strumento.

Nel brevetto si vede chiaramente che la tastiera è divisa in due zone, indicate come A e B.

La parte destra viene utilizzata normalmente per l’esecuzione della melodia, mentre la parte sinistra assume una funzione completamente diversa: alcuni tasti permettono di inserire ottave aggiuntive, altri attivano effetti come vibrato, tremolo e variazioni timbriche. È un concetto estremamente originale per il 1973 e dimostra come Davoli cercasse di aumentare l’espressività dello strumento senza complicarne l’elettronica.

Due oscillatori analogici

Lo schema di laboratorio mostra che il Davolisint utilizza due VCO completamente analogici, indicati come VCO 1 e VCO 2.

Entrambi possono essere accordati indipendentemente e utilizzati:

  • in unisono;
  • a intervalli armonici;
  • leggermente scordati per ottenere sonorità più ricche.

È interessante osservare una differenza importante tra la documentazione tecnica interna e quella destinata ai centri di assistenza.

Nello schema fornito all’utente il cuore dei due oscillatori è completamente nascosto: al posto del circuito compare semplicemente un riquadro con la scritta VCO Patent, senza alcun dettaglio elettronico.

Lo schema di laboratorio, invece, rivela interamente il progetto originale.

Il segreto del Davolisint: il BF123

Analizzando lo schema interno emerge immediatamente il vero protagonista dello strumento.

Il cuore di ciascun oscillatore è costituito dal transistor BF123, un transistor al silicio per alta frequenza sviluppato proprio per applicazioni oscillatrici e RF. Il datasheet evidenzia una frequenza di transizione di circa 550 MHz, valore estremamente elevato per l’epoca e ideale per ottenere oscillatori stabili e con una buona linearità.

Attorno al BF123 è costruito l’intero convertitore di frequenza del VCO, completato da transistor BFW87, BC251B e dalla rete di compensazione termica.

La scelta di non mostrare questa parte nello schema pubblico lascia pensare che Davoli considerasse proprio questa circuitazione il vero patrimonio tecnico dello strumento e desiderasse proteggerla da eventuali imitazioni.

(Schema Utente)

(Schema di Laboratorio)

Una tastiera fuori dal comune

Un’altra soluzione decisamente originale riguarda la tastiera.

A differenza della maggior parte dei sintetizzatori successivi, il Davolisint non utilizza una tastiera facilmente calibrabile mediante pochi trimmer centrali.

Ogni singolo tasto possiede infatti un proprio trimmer di accordatura collocato direttamente sotto la meccanica.

In pratica la tastiera costituisce un enorme partitore resistivo nel quale ogni nota viene regolata individualmente durante la fase di taratura.

Questo sistema richiede molto tempo durante la calibrazione, ma permette di compensare con estrema precisione le inevitabili tolleranze dei componenti analogici.

La stessa meccanica verrà utilizzata anche su un altro raro sintetizzatore italiano, l’FBT Synther 2000, a dimostrazione della qualità della soluzione adottata.

La generazione delle ottave

Un altro aspetto interessante evidenziato dal brevetto è la filosofia di generazione delle ottave.

I due oscillatori lavorano nella gamma più alta di frequenza e alimentano una catena di divisori.

Da questi divisori (SAJ210 )vengono ricavate tutte le ottave inferiori, che possono essere inserite o escluse mediante la particolare tastiera di controllo descritta nel brevetto.

Questa soluzione consente di ottenere numerose combinazioni armoniche partendo da un numero relativamente ridotto di oscillatori, mantenendo il progetto semplice e contenendo i costi di produzione.

Una macchina pensata per essere economica

Osservando attentamente l’intero progetto emerge chiaramente la filosofia di Athos Davoli.

Ogni scelta progettuale sembra orientata a ottenere il miglior compromesso possibile tra qualità sonora, semplicità costruttiva e costo industriale.

Non troviamo circuitazioni inutilmente complesse né un numero eccessivo di componenti: ogni stadio svolge più funzioni e ogni soluzione appare studiata per ridurre il costo finale senza sacrificare le prestazioni.

In un periodo dominato da strumenti come il Minimoog, economicamente fuori dalla portata della maggior parte dei musicisti, il Davolisint rappresentava una proposta italiana molto più accessibile, ma tecnicamente tutt’altro che banale.

Un progetto ancora oggi sorprendente

A oltre cinquant’anni dalla sua progettazione, il Davolisint continua a stupire per l’originalità delle soluzioni adottate.

Il brevetto internazionale, la particolare gestione della tastiera, i due oscillatori analogici basati sul BF123 e la scelta di mantenere segreta la loro circuitazione dimostrano come Athos Davoli avesse sviluppato idee estremamente innovative per l’epoca.

Oggi il Davolisint è uno dei sintetizzatori italiani più rari e affascinanti, non solo per il ridotto numero di esemplari sopravvissuti, ma anche perché rappresenta una testimonianza concreta della creatività e dell’ingegno dell’elettronica musicale italiana dei primi anni Settanta.

Elgam Carousel (1977)

Il 5 maggio 1977 nasceva, su carta, una leggenda

Il 5 maggio 1977, negli uffici tecnici della Elgam di Recanati, prendeva ufficialmente forma uno dei progetti più innovativi mai realizzati dall’industria italiana degli strumenti musicali. Su un foglio di carta nasceva quello che, pochi mesi più tardi, sarebbe diventato l’Elgam Carousel, uno strumento destinato ad anticipare di oltre vent’anni il concetto moderno di Groove Box.

Quando ancora nessuno utilizzava questo termine, il Carousel racchiudeva già in un unico strumento una batteria elettronica, un accompagnamento automatico, un generatore di basso, accordi, arpeggiatori e una tastiera melodica, offrendo al musicista una vera workstation analogica completamente integrata.

Oggi molti collezionisti e appassionati di sintetizzatori vintage lo considerano una delle prime autentiche Groove Box della storia, un progetto che anticipò idee destinate a diventare comuni solo molti anni più tardi.


Il progettista

Dietro questo straordinario progetto troviamo un giovane Ing. Paolo Maricotti, uno dei più brillanti progettisti italiani di strumenti elettronici.

Il Carousel rappresenta uno dei suoi primi grandi lavori e già lascia intravedere quella visione progettuale che lo porterà, negli anni successivi, a firmare strumenti oggi ricercatissimi come:

  • Siel Opera 6
  • la serie Keytek CTS
  • parte della celebre serie Roland E
  • numerosi altri progetti sviluppati tra Italia e Giappone.

Fin da questo primo progetto emerge una filosofia estremamente moderna: sfruttare l’elettronica digitale dedicata per concentrare il maggior numero possibile di funzioni musicali in un’apparecchiatura compatta, affidabile e semplice da utilizzare.


Un progetto incredibilmente moderno

Analizzando lo schema elettrico si comprende immediatamente come il Carousel sia molto più di una semplice drum machine. L’intera architettura è organizzata come un vero sistema musicale integrato, nel quale ogni sezione comunica con le altre in perfetta sincronia.

Lo strumento integra infatti:

  • batteria elettronica analogica;
  • accompagnamento automatico;
  • basso automatico;
  • generatore di accordi;
  • tre arpeggiatori indipendenti (“Crazy Hands”);
  • riconoscimento della tonalità;
  • gestione degli accordi maggiori, minori e di settima;
  • sincronizzazione completa di tutte le sezioni musicali.

La cosa sorprendente è che tutto questo viene realizzato senza alcun microprocessore.

L’intero comportamento dello strumento è affidato esclusivamente a circuiti MOS custom, logica cablata e una progettazione estremamente raffinata.


Il cuore del Carousel

L’architettura elettronica ruota attorno a tre circuiti integrati MOS prodotti da SGS-ATES.

M251 – Il direttore d’orchestra

Il primo è il sofisticato M251, un circuito sviluppato per la gestione dell’accompagnamento automatico negli organi elettronici.

Il suo compito è coordinare tutta la parte musicale:

  • riconoscimento della nota fondamentale;
  • costruzione degli accordi;
  • gestione del basso automatico;
  • controllo dei tre arpeggiatori;
  • memorizzazione della tonalità selezionata;
  • gestione delle modalità automatiche e semiautomatiche.

Il datasheet dimostra come questo circuito integri funzioni che, fino a pochi anni prima, avrebbero richiesto decine di circuiti TTL separati.


I due M252… ma non sono quelli del datasheet

La vera sorpresa emerge osservando attentamente lo schema del Carousel.

Il datasheet SGS descrive il M252 come un generatore ritmico programmabile capace di pilotare otto strumenti e contenente fino a quindici ritmi differenti.

Nel Carousel, però, non troviamo due normali M252.

Sono infatti installati:

  • M252 B1 AE
  • M252 B1 AF

Le sigle AE e AF non sono riportate nella documentazione standard SGS.

Questo dettaglio è estremamente importante.

Significa che Elgam commissionò direttamente a SGS una versione personalizzata del circuito.

Nel M252 il programma ritmico è inciso direttamente nella maschera del silicio durante la produzione; modificare i ritmi significa realizzare una nuova maschera fotografica e quindi un nuovo circuito integrato.

Le versioni AE e AF rappresentano quindi due chip custom, sviluppati esclusivamente per  Elgam e mai commercializzati come componenti standard.


Perché utilizzare due M252?

Il datasheet mostra chiaramente che più M252 possono essere collegati tra loro per aumentare le possibilità musicali del sistema. È possibile:

  • incrementare il numero degli strumenti pilotati;
  • aumentare il numero dei passi ritmici;
  • realizzare pattern più complessi;
  • sincronizzare perfettamente più sezioni ritmiche.

È esattamente la soluzione adottata da Paolo Maricotti, che sfrutta due circuiti custom per ottenere una sezione ritmica decisamente più sofisticata rispetto a quella normalmente disponibile in strumenti della stessa epoca.


Un’architettura perfettamente integrata

Lo schema elettrico rivela un progetto estremamente razionale.

Ogni circuito svolge un ruolo ben preciso:

  • M251 → gestione dell’intelligenza musicale;
  • M252 AE → generazione di parte delle sequenze ritmiche;
  • M252 AF → completamento e sincronizzazione della sezione ritmica;
  • S50242 → generatore delle dodici note
  • sezioni analogiche dedicate → sintesi delle percussioni, del basso e delle parti melodiche.

Il risultato è un sistema estremamente elegante, dove la logica digitale coordina una sezione sonora completamente analogica.


Un pezzo di storia dell’elettronica musicale italiana

A quasi cinquant’anni dalla sua progettazione, l’Elgam Carousel continua a sorprendere per l’originalità delle sue soluzioni elettroniche.

La sua importanza non risiede soltanto nel caratteristico suono analogico, ma soprattutto nell’approccio progettuale adottato. In un periodo in cui i microprocessori erano ancora troppo costosi per questo tipo di strumenti, Paolo Maricotti riuscì a realizzare una macchina capace di integrare ritmi, basso, accordi e arpeggi in un unico sistema, sfruttando esclusivamente circuiti MOS custom e logica dedicata.

Rileggere oggi quella data impressa sui documenti di progetto — 5 maggio 1977 — significa tornare al momento in cui questa idea prese ufficialmente vita. Da quel semplice foglio nacque uno strumento destinato a diventare una pietra miliare dell’elettronica musicale italiana, anticipando di molti anni un concetto che il mercato avrebbe riscoperto soltanto decenni dopo con il nome di Groove Box.

Eminent Solina String Ensemble

Presentato nei primi anni Settanta dalla casa olandese Eminent, il Solina String Ensemble è senza dubbio uno degli strumenti più iconici nella storia delle tastiere elettroniche. Il suo caratteristico timbro di archi, caldo e avvolgente, ha segnato un’intera epoca musicale ed è stato utilizzato in innumerevoli produzioni discografiche, diventando uno dei suoni simbolo della musica progressive, disco, pop e colonne sonore.

A differenza dei sintetizzatori tradizionali, il Solina non genera i suoni attraverso oscillatori indipendenti per ogni nota, ma utilizza una tecnica molto diffusa negli organi elettronici dell’epoca: un Top Octave Generator (TOG) produce le dodici note dell’ottava più alta, che vengono poi suddivise elettronicamente tramite una rete di divisori di frequenza fino a coprire l’intera estensione della tastiera. Questo sistema consente la polifonia completa, permettendo di suonare contemporaneamente tutte le note disponibili.

Il celebre effetto “string” che ha reso famoso il Solina è ottenuto grazie ad un sofisticato circuito di chorus basato su linee di ritardo Bucket Brigade (BBD), capace di creare un movimento continuo e naturale che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento per molti strumenti moderni.

Un progetto unico… ma con molte varianti

Anche se esternamente il Solina appare praticamente identico in tutte le sue versioni e il progetto di base rimane invariato, durante gli anni di produzione lo strumento ha subito numerose modifiche interne.

Le differenze principali riguardano soprattutto:

  • il circuito Top Octave Generator (TOG);
  • i circuiti divisori di frequenza;
  • alcuni componenti elettronici utilizzati nelle varie revisioni.

Proprio per queste modifiche esistono almeno quattro schemi elettronici differenti, ciascuno relativo ad una specifica revisione dello strumento. Dal punto di vista del restauratore è quindi fondamentale identificare correttamente la versione posseduta prima di intervenire, poiché componentistica, collegamenti e tarature possono variare sensibilmente.

La versione ARP

Tra le varianti più interessanti troviamo la celebre e rarissima versione  ARP/Eminent String Ensemble.

Frutto della collaborazione tra Eminent e la statunitense ARP Instruments, questa versione mantiene integralmente la sezione String Ensemble del Solina, ma integra anche un vero sintetizzatore derivato dall’ARP Odyssey, trasformando lo strumento in una macchina estremamente versatile.

Grazie a questa combinazione era possibile affiancare ai classici archi polifonici i celebri suoni solistici ARP, ottenendo uno strumento completo che ancora oggi è considerato uno dei capolavori della sintesi analogica degli anni Settanta.

Eko Computerythm

La Eko Computerythm rappresenta uno dei progetti più innovativi mai realizzati dall’industria italiana degli strumenti musicali elettronici. Prodotta dalla EKO di Recanati all’inizio degli anni Settanta, nacque in un periodo in cui le basi ritmiche elettroniche erano ancora strumenti relativamente semplici, caratterizzati da accompagnamenti fissi e da possibilità di intervento molto limitate.

Dietro questo straordinario progetto troviamo un team di grande talento composto da Aldo Paci, responsabile del progetto, Urbano Mancinelli, progettista della parte elettronica e dei circuiti stampati, e Giuseppe Censori, autore del design industriale dello strumento. Grazie alla loro visione, la Computerythm riuscì ad anticipare di molti anni concetti che sarebbero diventati comuni soltanto con l’arrivo delle moderne drum machine programmabili.

L’elemento più rivoluzionario era senza dubbio la possibilità di programmare liberamente sequenze ritmiche su una matrice a 16 passi, consentendo al musicista di costruire i propri pattern invece di limitarsi ai ritmi preimpostati disponibili sulla maggior parte delle macchine dell’epoca.

Altrettanto originale era il sistema di memorizzazione tramite schede perforate, una soluzione tanto ingegnosa quanto insolita che permetteva di salvare e richiamare rapidamente le proprie programmazioni. Ancora oggi questo sistema rappresenta una delle caratteristiche più affascinanti della Computerythm e testimonia il livello di ricerca raggiunto dal reparto sviluppo EKO.

Le versioni

Nel corso della sua storia la Computerythm venne realizzata in quattro versioni principali, oggi identificate dai collezionisti come MK0, MK1, MK2 e MK3.

La MK0 è il primo prototipo funzionante dello strumento. Da quanto siamo riusciti a ricostruire, ne venne costruito un solo esemplare, utilizzato anche per la realizzazione del materiale pubblicitario e fotografato nel volantino originale di presentazione della Computerythm. Per questo motivo rappresenta una delle versioni più rare e storicamente significative.

La MK1 costituisce la prima evoluzione del progetto, mentre le MK2 e MK3 rappresentano le versioni definitive destinate alla commercializzazione, caratterizzate da ulteriori affinamenti elettronici e costruttivi.

Tra queste, la MK2 è sicuramente la più celebre, essendo la versione utilizzata da Jean-Michel Jarre durante la realizzazione dell’album Équinoxe. Lo strumento compare chiaramente anche nel celebre videoclip di Équinoxe Part V, contribuendo a rendere la Computerythm conosciuta anche al di fuori dei confini italiani.

La drum machine trovò spazio anche negli studi di altri importanti musicisti della scena elettronica internazionale, tra cui Christopher Franke dei Tangerine Dream e Manuel Göttsching, confermando il valore tecnico e musicale di questo progetto italiano.

Il misterioso prototipo a 32 step

Nel corso delle nostre ricerche abbiamo raccolto alcune interessanti testimonianze di persone che hanno lavorato direttamente in EKO durante gli anni di produzione della Computerythm.

Secondo questi racconti, all’interno del laboratorio di sviluppo sarebbe stato realizzato anche un prototipo sperimentale dotato di una sequenza a 32 step, una soluzione estremamente avanzata per l’epoca e decisamente in anticipo sui tempi.

Ad oggi non risultano documentazione tecnica ufficiale né esemplari conosciuti che possano confermarne con certezza l’esistenza, motivo per cui questa informazione va considerata come una testimonianza storica raccolta da ex collaboratori dell’azienda. Tuttavia, se confermata, rappresenterebbe un’ulteriore dimostrazione dello straordinario livello di innovazione raggiunto dal reparto Ricerca e Sviluppo EKO.

Un pezzo di storia dell’elettronica italiana

Oggi la Eko Computerythm è considerata una delle drum machine europee più rare e ricercate dai collezionisti. Oltre al suo valore storico e collezionistico, rappresenta una testimonianza concreta della capacità progettuale dell’industria elettronica italiana degli anni Settanta, capace di sviluppare soluzioni tecniche estremamente avanzate e spesso anticipatrici rispetto ai principali concorrenti internazionali.

Tutti i modelli

Nel video che segue abbiamo ricostruito in grafica 3D l’evoluzione della Eko Computerythm, ripercorrendo tutte le versioni realizzate nel corso del suo sviluppo: dalla rarissima MK0, fino alle versioni MK1, MK2 e MK3.

Un viaggio nella storia di una delle drum machine italiane più innovative di sempre.

Buona visione!

 

Logan String Melody I & II

Quando l’Italia insegnò al mondo come si costruisce una String Machine

Ci sono strumenti che seguono le mode del loro tempo.

Altri, invece, finiscono per definirle.

Il Logan String Melody appartiene senza dubbio a questa seconda categoria.

Quando si parla di String Machine, il pensiero corre immediatamente a nomi come Solina, Crumar, Elka o Eminent. Eppure, tra tutte le produzioni europee degli anni Settanta, il Logan riuscì a ritagliarsi un posto speciale grazie ad una qualità sonora che ancora oggi viene considerata tra le migliori mai ottenute da uno strumento di questa categoria.

Dietro questo progetto troviamo due figure fondamentali della scuola elettronica italiana: l’Ing. Giuliano Costantini, ideatore dello strumento, e il suo stretto collaboratore Sandro Marchetti, che contribuì allo sviluppo e all’industrializzazione del progetto.

Non realizzarono semplicemente una tastiera destinata ad imitare gli archi.

Costruirono uno strumento capace di creare un’orchestra elettronica credibile, musicale e sorprendentemente espressiva.

Ancora oggi, a quasi cinquant’anni dalla sua presentazione, il Logan String Melody continua ad essere ricercato da musicisti e collezionisti di tutto il mondo.


La nascita delle String Machine

Negli anni Settanta i sintetizzatori stavano conquistando rapidamente il mercato, ma ricreare il suono di un’intera sezione d’archi rimaneva un’impresa complessa e costosa.

I primi sintetizzatori monofonici erano perfetti per realizzare bassi e linee solistiche, ma risultavano poco adatti ad accompagnamenti orchestrali.

Serviva uno strumento diverso.

Uno strumento capace di suonare molte note contemporaneamente e di creare quell’effetto ampio, caldo e avvolgente tipico delle sezioni d’archi.

Nacquero così le String Machine.

Il Logan String Melody fu una delle migliori interpretazioni italiane di questo concetto.

La sua timbrica non cercava di imitare fedelmente un violino o un violoncello.

L’obiettivo era ricreare la sensazione di un’intera orchestra che riempisse lo spazio sonoro.

Ed è proprio questo che rende ancora oggi il Logan così affascinante.


Un progetto costruito con intelligenza

Il Logan non utilizza un oscillatore per ogni tasto della tastiera.

Una soluzione di questo tipo avrebbe richiesto decine di circuiti indipendenti, rendendo lo strumento estremamente costoso e difficile da mantenere accordato.

I progettisti adottarono invece una soluzione tanto elegante quanto geniale.

Dodici oscillatori generano le frequenze della nota più alta di ciascun semitono dell’ottava.

Da queste frequenze una rete di divisori elettronici ricava automaticamente tutte le ottave inferiori.

È lo stesso principio utilizzato nei migliori organi elettronici dell’epoca, applicato però ad uno strumento completamente dedicato agli archi.

Questa architettura offre numerosi vantaggi.

La stabilità è eccellente.

La polifonia è completa.

Ogni tasto può essere suonato contemporaneamente senza alcuna limitazione.

È proprio questa caratteristica a conferire al Logan quella sensazione orchestrale impossibile da ottenere con i sintetizzatori monofonici dello stesso periodo.


Due strumenti in uno

Una delle caratteristiche più intelligenti del Logan String Melody è la suddivisione della tastiera in due sezioni indipendenti.

La parte sinistra è dedicata ai registri bassi.

La parte destra ospita invece la sezione orchestrale.

Questa soluzione permette al musicista di accompagnarsi con una linea di basso mentre esegue gli accordi e le melodie nella parte alta della tastiera.

Non è una semplice divisione della tastiera.

Ogni sezione possiede una propria dinamica, un proprio inviluppo e controlli dedicati, offrendo una notevole libertà espressiva.

È una caratteristica che contribuì enormemente al successo dello strumento nelle esibizioni dal vivo.


Il segreto del suo suono

Molti strumenti dell’epoca utilizzavano una struttura simile.

Eppure il Logan suona in modo diverso.

Il motivo è racchiuso in una delle sezioni più importanti dell’intero progetto: il chorus.

Senza questo circuito il Logan produrrebbe un suono piuttosto sottile e statico.

È il chorus a trasformarlo in quella massa sonora ampia e vellutata che tutti conosciamo.

I progettisti adottarono una soluzione estremamente sofisticata per l’epoca.

Tre linee di ritardo Bucket Brigade lavorano contemporaneamente, ciascuna modulata con una fase differente.

Il risultato è un movimento continuo del suono, privo di ripetitività e incredibilmente naturale.

Il cuore di questo sistema è rappresentato dal celebre TCA350, uno degli integrati più importanti nella storia delle String Machine. Utilizzato come linea di ritardo Bucket Brigade, permette di ottenere quella leggera variazione temporale che, sommata alle modulazioni in fase, genera il caratteristico effetto di ensemble.

A differenza di un semplice vibrato, qui il suono non oscilla.

Respira.

Ogni nota sembra fondersi con le altre, creando quella sensazione di orchestra reale che ha reso famoso il Logan.

È probabilmente questa la sezione che più di ogni altra distingue il progetto di Giuliano Costantini da molte realizzazioni concorrenti.


Il controllo del timbro

Una String Machine non deve soltanto produrre un suono orchestrale.

Deve permettere al musicista di modellarlo.

Per questo motivo il Logan mette a disposizione numerosi registri selezionabili che consentono di combinare violini, viole, violoncelli, contrabbassi e altri colori orchestrali.

Ogni registro non rappresenta uno strumento campionato, come avviene oggi.

È piuttosto una diversa equalizzazione del contenuto armonico, studiata per evocare il comportamento delle varie sezioni dell’orchestra.

Il risultato è sorprendentemente convincente.

Bastano pochi controlli per passare da un tappeto morbido ad una sonorità più brillante e presente.

Questa semplicità operativa è uno dei motivi per cui il Logan è stato utilizzato per tanti anni sia in studio che dal vivo.


La dinamica del suono

Una delle qualità meno appariscenti ma più importanti del Logan riguarda gli inviluppi.

L’attacco e il rilascio della nota possono essere regolati separatamente, permettendo al musicista di ottenere sonorità estremamente morbide oppure più immediate.

Questa caratteristica contribuisce in maniera determinante al realismo dello strumento.

Gli archi di un’orchestra non iniziano mai tutti nello stesso identico istante.

Il Logan riproduce questa sensazione attraverso un comportamento dinamico estremamente musicale.

È un dettaglio che spesso passa inosservato, ma che fa una grande differenza durante l’esecuzione.


Logan String Melody I e String Melody II

A prima vista i due modelli sembrano molto simili.

In realtà il String Melody II rappresenta un’importante evoluzione del progetto originale.

La filosofia generale rimane la stessa, ma vengono introdotte nuove funzioni pensate per rendere lo strumento ancora più versatile.

Compaiono i preset Organ, Solo e Orchestra, che permettono di richiamare rapidamente diverse configurazioni timbriche.

Viene inoltre introdotto il controllo Slalom, un particolare effetto di pitch bend che consente di ottenere leggere variazioni d’intonazione durante l’esecuzione, aumentando ulteriormente l’espressività dello strumento.

Anche la sezione dei controlli viene razionalizzata, migliorando l’ergonomia e rendendo il pannello più immediato durante l’utilizzo.

L’architettura fondamentale dello strumento rimane però invariata.

Il cuore del progetto continua ad essere costituito dalla generazione a dodici oscillatori, dalla rete di divisori e dal celebre chorus a tre linee di ritardo.

Ed è proprio questo a garantire la continuità timbrica tra i due modelli.


Anche Hohner scelse il Logan

La qualità del progetto fu tale che lo strumento venne commercializzato anche con il marchio Hohner, una delle aziende europee più prestigiose nel settore degli strumenti musicali.

Non si trattava di una semplice operazione commerciale.

Era il riconoscimento del valore tecnico e musicale raggiunto dal progetto Logan.

Per un costruttore italiano degli anni Settanta rappresentava un risultato di grande prestigio.

Ancora oggi gli esemplari marchiati Hohner sono molto ricercati dai collezionisti e testimoniano la diffusione internazionale raggiunta dallo strumento.

Steelphon S900

Il sintetizzatore torinese che inseguì il sogno della sintesi analogica

Ogni sintetizzatore racconta una storia.

Alcuni nascono nei laboratori di aziende già affermate nel settore degli strumenti musicali. Altri, invece, sono il risultato del coraggio imprenditoriale di aziende che decidono di affrontare una sfida completamente nuova.

Lo Steelphon S900 appartiene proprio a questa seconda categoria.

Dietro il marchio Steelphon troviamo infatti un’azienda torinese fondata da Mario Ferro, conosciuta principalmente per la produzione di amplificatori professionali. In quegli anni il mercato della musica elettronica stava vivendo una crescita straordinaria e sempre più musicisti desideravano strumenti capaci di creare suoni completamente nuovi.

Steelphon comprese che quella non era una semplice moda, ma una vera rivoluzione tecnologica.

Fu così che decise di entrare nel mondo dei sintetizzatori.


Un progetto ancora avvolto nel mistero

Uno degli aspetti più affascinanti dello Steelphon S900 riguarda proprio la sua progettazione.

A differenza di altri sintetizzatori italiani, oggi sappiamo che il progetto elettronico non venne sviluppato direttamente all’interno della Steelphon.

Le informazioni raccolte fino ad oggi indicano che lo sviluppo fu commissionato ad una società esterna, della quale purtroppo conosciamo ancora pochissimo.

Sugli schemi elettrici compare solamente il nome del disegnatore tecnico, identificato come “Gerry”.

Chi fosse realmente questo progettista rimane ancora oggi un mistero.

Era un progettista indipendente?

Faceva parte della società esterna?

Ha realizzato altri sintetizzatori italiani?

Al momento non siamo ancora in grado di rispondere a queste domande.

Ed è proprio questo il bello della ricerca storica.

Ogni documento ritrovato, ogni testimonianza, ogni fotografia può aggiungere un tassello alla ricostruzione di una pagina ancora poco conosciuta dell’elettronica musicale italiana.


Uno strumento costruito per essere suonato… e riparato

Aprendo lo Steelphon S900 si capisce immediatamente che il progettista aveva le idee molto chiare.

L’interno dello strumento non è dominato da una singola grande scheda elettronica, ma da numerosi moduli indipendenti, ciascuno dedicato ad una funzione specifica.

Questa filosofia costruttiva presenta numerosi vantaggi.

Ogni sezione può essere collaudata separatamente.

L’assistenza tecnica risulta estremamente semplificata.

Le eventuali modifiche possono essere introdotte senza riprogettare completamente lo strumento.

È una soluzione intelligente che riflette un approccio molto professionale alla progettazione elettronica.

Negli anni Settanta gli strumenti musicali erano costruiti per durare molti anni e, soprattutto, per poter essere riparati.

Lo Steelphon S900 ne è un perfetto esempio.


I preset: un’elegante soluzione completamente analogica

Una delle particolarità più curiose dello Steelphon S900 rimane completamente nascosta agli occhi del musicista.

Sollevando la placca in legno posta sulla destra dello strumento, quella che ospita il marchio Steelphon, si scoprono infatti le piccole schedine dedicate alla regolazione dei preset.

Questa soluzione racconta molto della tecnologia disponibile all’epoca.

Oggi siamo abituati a memorie digitali, display e microprocessori.

Alla fine degli anni Settanta tutto questo era ancora estremamente costoso.

I progettisti adottarono quindi una soluzione tanto semplice quanto efficace.

Ogni preset veniva regolato mediante una serie di trimmer accuratamente tarati durante il collaudo finale.

In pratica ogni suono veniva “costruito” agendo direttamente sui parametri analogici del sintetizzatore.

Era un lavoro lungo, paziente e completamente manuale.

Una volta completata la regolazione, il musicista aveva immediatamente a disposizione timbriche perfettamente calibrate senza dover intervenire ogni volta sui controlli del pannello.

È una soluzione elegante che oggi rappresenta una preziosa testimonianza del modo di progettare gli strumenti musicali prima dell’avvento delle memorie digitali.


L’architettura sonora

Dal punto di vista della sintesi sonora, lo Steelphon S900 segue la filosofia classica della sintesi sottrattiva.

Il percorso del segnale è semplice da comprendere ma estremamente efficace.

Gli oscillatori generano forme d’onda ricche di armoniche.

Queste vengono miscelate tra loro.

Successivamente il segnale raggiunge il filtro, dove il contenuto armonico viene modellato.

Infine il suono passa attraverso l’amplificatore controllato dall’inviluppo prima di raggiungere l’uscita audio.

È una struttura che ancora oggi rappresenta la base della maggior parte dei sintetizzatori analogici.

La semplicità del percorso audio è uno dei motivi per cui questi strumenti continuano ad essere apprezzati anche dopo quasi mezzo secolo.


Gli oscillatori

Come in ogni sintetizzatore analogico, tutto nasce dagli oscillatori.

Essi rappresentano la materia prima dalla quale verranno costruiti tutti i timbri dello strumento.

Le forme d’onda prodotte costituiscono un suono inizialmente ricco di armoniche, che verrà successivamente scolpito dal filtro.

Il progettista ha privilegiato una soluzione circuitale estremamente razionale, puntando su stabilità, semplicità di regolazione e affidabilità.

L’obiettivo non era stupire con soluzioni esotiche, ma costruire uno strumento robusto e musicale.

Ed è probabilmente proprio questa semplicità a rendere ancora oggi il comportamento dello Steelphon S900 così piacevole.


Il filtro: l’anima del suono

Se esiste una sezione che conferisce allo Steelphon S900 la propria personalità sonora, questa è senza dubbio il filtro.

Analizzando lo schema elettrico emerge una caratteristica di grande interesse: il circuito adotta un filtro Ladder a transistor, la stessa architettura resa celebre dal Minimoog.

Il principio di funzionamento è quello del classico Transistor Ladder Filter, costituito da una cascata di stadi RC realizzati con coppie di transistor. Variando la corrente che attraversa la struttura ladder viene modificata la frequenza di taglio del filtro, permettendo di scolpire il contenuto armonico generato dagli oscillatori.

Questa soluzione progettuale è diventata una delle più importanti nella storia della sintesi analogica. Il suo comportamento è estremamente musicale e permette di ottenere un suono caldo, pieno e ricco di carattere, qualità che hanno reso leggendario il Minimoog.

Aumentando la risonanza vengono progressivamente enfatizzate le frequenze prossime al punto di taglio, fino ad arrivare, alle regolazioni più spinte, all’auto-oscillazione del filtro stesso.

È una caratteristica che ha contribuito a definire il suono di intere generazioni di sintetizzatori.

La scelta di adottare questa architettura dimostra come i progettisti dello Steelphon S900 abbiano deciso di utilizzare una delle migliori tecnologie disponibili all’epoca, privilegiando la qualità sonora rispetto a soluzioni più economiche.

Il filtro dello Steelphon S900 rappresenta quindi il vero cuore dello strumento, capace di trasformare semplici forme d’onda in timbri espressivi, morbidi o aggressivi a seconda delle regolazioni effettuate dal musicista.


Gli inviluppi

Una nota musicale non è soltanto un’altezza.

Ha un attacco.

Un decadimento.

Un livello di mantenimento.

Un rilascio.

Queste quattro fasi vengono modellate dagli inviluppi, permettendo al musicista di trasformare un semplice oscillatore in uno strumento estremamente espressivo.

Bassi percussivi.

Lead aggressivi.

Pad morbidi.

Ogni timbro nasce proprio dalla combinazione tra oscillatori, filtro e inviluppi.


Il generatore di rumore

Tra le sezioni del sintetizzatore troviamo anche il generatore di rumore.

Spesso considerato secondario, in realtà rappresenta uno strumento fondamentale nella sintesi analogica.

Permette infatti di realizzare suoni percussivi, effetti di vento, esplosioni sonore e numerose timbriche particolarmente ricche di armoniche.

È uno di quei circuiti apparentemente semplici che contribuiscono in maniera determinante alla versatilità dello strumento.


Una costruzione intelligente

Osservando nel dettaglio la disposizione delle schede elettroniche si percepisce una progettazione estremamente ordinata.

I collegamenti risultano razionali.

Le sezioni sono chiaramente separate.

Le regolazioni di taratura sono facilmente accessibili ai tecnici.

È evidente come il progetto sia stato pensato non soltanto per il musicista, ma anche per chi avrebbe dovuto assemblarlo e ripararlo.

Questa attenzione ai dettagli rappresenta uno degli aspetti più apprezzabili dello Steelphon S900.


Un pezzo della storia dell’elettronica italiana

Oggi lo Steelphon S900 rappresenta una testimonianza di un periodo irripetibile.

Negli anni Settanta numerose aziende italiane tentarono di entrare nel mercato dei sintetizzatori, ciascuna con idee, soluzioni e filosofie differenti.

Alcune riuscirono ad imporsi.

Altre rimasero produzioni di nicchia.

Lo Steelphon S900 appartiene a quella generazione di strumenti che hanno contribuito a dimostrare come anche l’industria italiana fosse perfettamente in grado di realizzare sintetizzatori di elevato livello tecnico.

Ancora oggi, osservandone l’interno, si percepisce la qualità del lavoro svolto dai progettisti.


Conclusioni

Restaurare uno Steelphon S900 significa riportare in funzione molto più di un semplice sintetizzatore vintage.

Significa preservare una parte importante della storia dell’elettronica musicale italiana.

Ogni modulo racconta una precisa scelta progettuale.

Ogni trimmer nascosto sotto la placca del marchio Steelphon ricorda il paziente lavoro di taratura eseguito durante il collaudo.

Ogni componente testimonia un’epoca in cui gli strumenti musicali erano progettati per durare, essere riparati e accompagnare il musicista per molti anni.

Il nostro lavoro in MM Vintage Box non si limita al restauro.

Continueremo a cercare documentazione, testimonianze e informazioni che possano finalmente fare luce sul misterioso progettista indicato come “Gerry” e sulla società che diede vita a questo affascinante sintetizzatore.

Perché ogni strumento racconta una storia.

Ma ogni circuito racconta anche le persone che lo hanno immaginato, progettato e costruito.

Ed è proprio quella storia che vogliamo continuare a raccontare.

La rara versione “Yellow”

Accanto alla classica versione con mobile in legno di noce, Steelphon realizzò anche una variante decisamente più insolita e oggi molto più difficile da reperire: la Steelphon S900 Yellow.

Dal punto di vista elettronico non esistono differenze sostanziali rispetto al modello tradizionale. Il progetto, le schede elettroniche, il percorso audio e tutte le caratteristiche sonore rimangono infatti identici. Cambia esclusivamente l’estetica dello strumento, che abbandona il classico mobile in legno per adottare una vistosa finitura gialla, capace di renderlo immediatamente riconoscibile sul palco.

Proprio questa scelta estetica ha contribuito a trasformare la versione Yellow in uno dei modelli più ricercati dai collezionisti.

La sua notorietà è legata anche ad una celebre apparizione in un video di David Bowie, nel quale il musicista utilizza proprio questa particolare versione dello Steelphon S900. La presenza di uno strumento italiano in un contesto artistico di tale importanza rappresenta un motivo di grande orgoglio e testimonia come la produzione nazionale fosse in grado di attirare l’attenzione anche di artisti di fama internazionale.

Oggi la versione Yellow è considerata sensibilmente più rara rispetto al modello con mobile in noce. Non tanto per differenze tecniche, quanto per il numero molto più limitato di esemplari prodotti e per il forte interesse collezionistico maturato nel corso degli anni.

Dal punto di vista del restauratore, le due versioni sono praticamente sovrapponibili: componentistica, schede elettroniche e procedure di taratura rimangono le stesse. È quindi l’aspetto estetico, unito al suo legame con David Bowie, a rendere la Steelphon S900 Yellow uno degli strumenti più ambiti della produzione Steelphon.

Per chi colleziona sintetizzatori vintage italiani, possedere una versione Yellow significa conservare non solo uno strumento musicale di grande fascino, ma anche un piccolo frammento della storia del rock e dell’elettronica musicale degli anni Settanta.

 

Steelphon Mago

L’essenza della sintesi analogica italiana

Ci sono strumenti che diventano famosi perché rappresentano il modello di punta di un’azienda.

Altri, invece, conquistano i collezionisti proprio perché vengono prodotti in pochi esemplari, rimangono nell’ombra per molti anni e finiscono quasi per essere dimenticati.

Lo Steelphon Mago appartiene proprio a questa seconda categoria.

Nato come versione più economica dello Steelphon S900, il Mago rappresenta una filosofia progettuale completamente diversa. Non è un semplice sintetizzatore “ridotto”, ma uno strumento progettato con un obiettivo ben preciso: mantenere il carattere sonoro del fratello maggiore eliminando tutto ciò che non era strettamente indispensabile.

Il risultato è un sintetizzatore sorprendentemente essenziale, costruito attorno a pochi blocchi fondamentali, ma capace ancora oggi di offrire un suono caldo, musicale e ricco di personalità.

Paradossalmente, proprio il modello nato per essere il più accessibile della gamma Steelphon è oggi uno dei più difficili da reperire.

Sono infatti pochissimi gli esemplari sopravvissuti, tanto che molti appassionati conoscono lo Steelphon S900 ma non hanno mai avuto occasione di vedere dal vivo un Mago.


La filosofia del progetto

Ridurre il costo di uno strumento non significa necessariamente ridurne la qualità.

Chi progettò il Mago lo aveva capito perfettamente.

L’obiettivo non era costruire un sintetizzatore povero, ma eliminare tutto ciò che aumentava i costi senza incidere realmente sul carattere sonoro dello strumento.

Per questo motivo vennero sacrificate alcune funzioni considerate secondarie, mentre il percorso audio principale rimase sorprendentemente raffinato.

È una filosofia progettuale molto intelligente.

Piuttosto che realizzare uno strumento complesso ma costruito con compromessi, si preferì progettare una macchina più semplice, mantenendo però elevata la qualità delle sezioni realmente importanti.

Ed è proprio questa scelta che rende il Mago ancora oggi così interessante.


Niente preset, solo il musicista

La differenza più evidente rispetto allo Steelphon S900 è l’assenza completa dei preset.

Sul Mago non esistono suoni preimpostati.

Ogni timbro nasce direttamente dalle regolazioni effettuate dal musicista.

È una scelta che cambia completamente il rapporto con lo strumento.

Non si seleziona un suono.

Lo si costruisce.

Ogni controllo del pannello diventa parte integrante del processo creativo.

Questo approccio, apparentemente più semplice, restituisce al musicista un rapporto molto diretto con la sintesi analogica.

Ogni variazione della frequenza del filtro, della modulazione o dell’inviluppo modifica immediatamente il carattere del suono.

È un modo di suonare che oggi definiremmo “hands on”, ma che negli anni Settanta rappresentava semplicemente il modo naturale di utilizzare un sintetizzatore.


Un solo oscillatore, una scelta intelligente

La principale differenza tecnica rispetto allo Steelphon S900 riguarda la sezione di generazione del suono.

Il Mago è costruito attorno ad un solo oscillatore principale.

A prima vista potrebbe sembrare una limitazione.

In realtà è una precisa scelta progettuale.

Aggiungere un secondo oscillatore avrebbe comportato un aumento del numero di componenti, maggiori regolazioni in fase di collaudo e costi di produzione sensibilmente superiori.

I progettisti decisero quindi di concentrare tutte le proprie risorse su un unico oscillatore particolarmente stabile e affidabile.

Per ottenere le diverse estensioni della tastiera adottarono un sistema di divisione della frequenza.

Partendo da un’unica sorgente sonora è così possibile ricavare registri differenti senza duplicare l’intera sezione oscillatore.

È una soluzione elegante, largamente utilizzata nell’elettronica musicale dell’epoca, che permette di contenere i costi mantenendo comunque una buona versatilità timbrica.


Il divisore di frequenza

Il sistema di divisione rappresenta uno degli elementi più interessanti dello Steelphon Mago.

Una volta generata la frequenza di riferimento, il circuito provvede a dividerla elettronicamente ottenendo le diverse ottave disponibili sullo strumento.

Questo principio era già ampiamente utilizzato negli organi elettronici e si dimostrava estremamente efficace anche nei sintetizzatori destinati ad una fascia di prezzo più contenuta.

La soluzione presenta numerosi vantaggi.

Riduce il numero di circuiti necessari.

Migliora la stabilità generale.

Semplifica le operazioni di taratura.

E permette di ottenere un comportamento estremamente affidabile nel tempo.

È uno di quei dettagli che raccontano come i progettisti abbiano lavorato con grande intelligenza, scegliendo ogni soluzione in funzione dell’obiettivo finale.


Il filtro: il vero cuore del Mago

Se esiste una sezione sulla quale non venne fatto alcun compromesso, questa è senza dubbio il filtro.

Lo Steelphon Mago utilizza infatti un Transistor Ladder Filter, la stessa architettura che ha reso celebre il Minimoog.

È una scelta che racconta moltissimo della filosofia progettuale dello strumento.

Pur realizzando il modello più economico della gamma, i progettisti decisero di mantenere una sezione timbrica di altissima qualità.

Il filtro Ladder è considerato ancora oggi uno dei migliori filtri mai progettati per un sintetizzatore analogico.

Il suo comportamento è progressivo, naturale e incredibilmente musicale.

Quando la frequenza di taglio viene ridotta, il suono non perde semplicemente armoniche.

Cambia completamente personalità.

Diventa più caldo.

Più morbido.

Più profondo.

L’aumento della risonanza enfatizza progressivamente le frequenze prossime al punto di taglio fino ad arrivare, alle regolazioni più elevate, alla caratteristica auto-oscillazione che ha reso famoso il progetto Moog.

È probabilmente proprio questo filtro a conferire al Mago gran parte del suo carattere sonoro.

Una scelta che dimostra come, anche in uno strumento destinato ad una fascia di mercato più economica, Steelphon non abbia voluto rinunciare alla qualità del percorso audio.


Il controllo del filtro

Il filtro non è un semplice controllo di tono.

È un circuito vivo.

Può essere controllato manualmente dal musicista, ma anche seguire automaticamente l’andamento della nota grazie all’inviluppo.

La tastiera contribuisce inoltre a modificarne il comportamento lungo tutta l’estensione dello strumento, mantenendo il timbro equilibrato anche passando dalle note più gravi a quelle più acute.

Queste modulazioni permettono al Mago di produrre suoni sorprendentemente espressivi pur partendo da una struttura apparentemente semplice.


Gli inviluppi

Un sintetizzatore non produce semplicemente frequenze.

Produce eventi sonori.

Ogni nota possiede un attacco.

Un decadimento.

Un livello di mantenimento.

Un rilascio.

Sono proprio gli inviluppi a definire il comportamento della nota nel tempo.

Un attacco rapido trasforma il sintetizzatore in uno strumento percussivo.

Un attacco lento permette invece di ottenere timbri morbidi e avvolgenti.

Anche sotto questo aspetto il Mago conserva tutta la flessibilità tipica della sintesi analogica classica.


La modulazione

Accanto alla sezione principale troviamo il circuito dedicato alla modulazione.

Il suo compito è animare il suono introducendo continue variazioni nel tempo.

È grazie a questa sezione che diventano possibili effetti come il vibrato e numerose modulazioni timbriche.

In uno strumento dotato di un solo oscillatore, la modulazione assume un ruolo ancora più importante, contribuendo ad arricchire il suono senza aumentarne inutilmente la complessità circuitale.


Una costruzione pensata per durare

Aprendo lo Steelphon Mago si percepisce immediatamente una costruzione estremamente razionale.

Le varie sezioni elettroniche sono ben distinte.

I collegamenti seguono una logica ordinata.

Ogni circuito svolge un compito preciso.

Nulla sembra lasciato al caso.

È evidente che il progetto sia stato pensato anche dal punto di vista dell’assistenza tecnica.

Negli anni Settanta uno strumento musicale rappresentava un investimento importante e doveva poter essere riparato nel corso degli anni.

Il Mago riflette perfettamente questa filosofia.

Ogni sezione può essere regolata con precisione e riportata alle corrette condizioni di funzionamento attraverso un’attenta fase di taratura.

È un modo di costruire che oggi appartiene quasi ad un’altra epoca.


Più economico… ma oggi molto più raro

Quando venne presentato, il Mago rappresentava la proposta più accessibile della gamma Steelphon.

Una macchina essenziale.

Diretta.

Pensata per offrire il meglio della sintesi analogica eliminando tutto ciò che non era indispensabile.

Con il passare degli anni il destino dello strumento si è però completamente ribaltato.

Oggi il Mago è decisamente più raro dello Steelphon S900.

Molti esemplari sono andati perduti e quelli sopravvissuti sono diventati oggetti di grande interesse per collezionisti e appassionati.

È uno di quei casi in cui il modello nato come versione economica è diventato, col tempo, il più difficile da trovare.


Il fascino dell’essenziale

Lo Steelphon Mago dimostra che la qualità di un sintetizzatore non dipende necessariamente dal numero di funzioni disponibili.

Con un solo oscillatore, un eccellente filtro Ladder, un percorso audio completamente analogico e una progettazione estremamente razionale, riesce ancora oggi ad offrire una personalità sonora ben definita.

È uno strumento che invita il musicista a creare il proprio suono partendo da pochi elementi fondamentali.

Senza preset.

Senza scorciatoie.

Solo elettronica analogica.

Ed è probabilmente proprio questa semplicità a rappresentare il suo più grande fascino.


Conclusioni

Lo Steelphon Mago è molto più di una versione economica dello Steelphon S900.

È uno strumento con una propria identità, progettato seguendo una filosofia precisa: mantenere intatta la qualità del percorso audio eliminando tutto ciò che non era essenziale.

Il risultato è un sintetizzatore semplice solo in apparenza.

Dietro il pannello essenziale si nasconde una progettazione intelligente, capace di coniugare affidabilità, musicalità e qualità timbrica.

Oggi il Mago rappresenta uno dei modelli più rari della produzione Steelphon e testimonia un periodo straordinario dell’elettronica musicale italiana, quando anche aziende relativamente piccole riuscivano a realizzare strumenti originali, robusti e ricchi di personalità.

Per MM Vintage Box restaurare e raccontare uno Steelphon Mago significa conservare un altro tassello della storia dei sintetizzatori italiani.

Una storia fatta di idee semplici, circuiti eleganti e tanta passione per l’elettronica analogica.

Perché anche gli strumenti meno conosciuti hanno ancora molto da raccontare.

Welson Syntex

Anatomia di un capolavoro dell’elettronica musicale italiana

Quando un ingegnere di computer progettò un sintetizzatore

Ci sono strumenti che si limitano a produrre musica.

E poi ci sono strumenti che raccontano una storia.

Il Welson Syntex appartiene senza dubbio alla seconda categoria.

Presentato nella seconda metà degli anni Settanta, il Syntex rappresenta una delle più affascinanti espressioni dell’ingegneria elettronica italiana applicata alla musica. In un periodo in cui la maggior parte dei sintetizzatori nasceva dall’evoluzione diretta degli organi elettronici o seguiva la scuola americana inaugurata da Robert Moog e Don Buchla, in Italia prendeva forma un progetto profondamente diverso.

La differenza non risiedeva soltanto nel suono.

Era soprattutto nel modo di concepire lo strumento.

Dietro il Welson Syntex troviamo infatti l’Ing. Sergio Menchinelli, affiancato dal suo prezioso collaboratore Elio Bellagamba.

Per comprendere davvero questo sintetizzatore è necessario conoscere prima la storia del suo progettista.


Un progettista fuori dal comune

Sarebbe riduttivo descrivere Sergio Menchinelli come un semplice ingegnere elettronico.

Prima ancora di dedicarsi alla progettazione di sintetizzatori, era un appassionato musicista e suonava la chitarra classica. Alla fine degli anni Sessanta la sua curiosità fu catturata da un disco destinato a cambiare la storia della musica elettronica: Switched-On Bach di Wendy Carlos.

Quelle celebri interpretazioni delle opere di Johann Sebastian Bach, realizzate utilizzando il sintetizzatore Moog, dimostrarono al mondo che un sintetizzatore non era soltanto una curiosità tecnologica, ma un vero strumento musicale capace di esprimere sensibilità artistica e rigore esecutivo.

Per Menchinelli fu una vera rivelazione.

In quel momento comprese che tutta l’esperienza maturata nel campo dell’elettronica digitale avrebbe potuto trovare una nuova applicazione: mettere la tecnologia al servizio della musica.

La sua carriera professionale era infatti di assoluto prestigio. Laureato in Ingegneria Elettronica con il massimo dei voti e la lode presso l’Università di Palermo, iniziò la propria attività in Inghilterra presso la Marconi Computer Division, lavorando allo sviluppo di sistemi elettronici per computer. Tornato in Italia entrò nella SGS-Fairchild, dove divenne prima responsabile dei circuiti integrati bipolari digitali e successivamente del gruppo dedicato allo sviluppo di circuiti integrati custom.

Proseguì quindi la propria carriera presso la Texas Instruments Italia, fondando e dirigendo il laboratorio applicazioni dedicato alle nuove tecnologie dei semiconduttori. Nel 1975 assunse l’incarico di Direttore della Ricerca presso la OMI di Roma, occupandosi di microprocessori, sia dal punto di vista hardware che software, e di sistemi di fotogrammetria assistita da calcolatore. Dal 1978 si dedicò completamente alla progettazione elettronica per applicazioni civili, industriali e musicali, diventando uno dei pionieri italiani dell’approccio interamente digitale agli strumenti musicali elettronici.

Questa duplice anima, quella del musicista e quella dell’ingegnere, costituisce la vera chiave di lettura del Welson Syntex.

Molti progettisti dell’epoca provenivano dal mondo degli organi elettronici e sviluppavano sintetizzatori seguendo una filosofia prevalentemente analogica. Menchinelli affrontò invece lo stesso problema con una mentalità completamente diversa. Per lui una nota musicale non era semplicemente una tensione da inviare a un oscillatore, ma un’informazione da acquisire, elaborare e controllare con la precisione tipica dei sistemi digitali.

È proprio questa visione a rendere il Syntex uno strumento straordinariamente moderno ancora oggi.

Osservando la sua architettura elettronica si ha la sensazione di assistere all’incontro di due mondi apparentemente lontani: il rigore dell’ingegneria digitale e la sensibilità di un musicista che aveva intuito, ascoltando Switched-On Bach, come il futuro della musica sarebbe passato anche attraverso i circuiti integrati.


Un sintetizzatore concepito con una mentalità digitale

Osservando il Service Manual del Syntex si nota immediatamente una caratteristica insolita.

L’architettura generale non ruota attorno agli oscillatori, come accade nella maggior parte dei sintetizzatori dell’epoca.

Il cuore del progetto è invece costituito da una sofisticata logica digitale.

Prima ancora di arrivare ai VCO troviamo infatti una serie di blocchi dedicati alla gestione delle informazioni:

  • Memory Keyboard
  • Code Converter
  • Control Board

Solo successivamente il progetto entra nella parte analogica vera e propria composta da oscillatori, filtro e amplificatore.

Questa scelta racconta perfettamente il modo di ragionare di Menchinelli.

Per lui una nota musicale non è semplicemente una tensione.

È prima di tutto un’informazione digitale.

Quell’informazione viene acquisita, elaborata, memorizzata e soltanto alla fine trasformata nella tensione che piloterà gli oscillatori.

Una filosofia estremamente moderna per la metà degli anni Settanta.


Il cuore del Syntex

Il percorso del segnale può essere riassunto in questo modo:

Tastiera → Memory Keyboard → Code Converter → Control Board → Oscillatori → Mixer → VCF → VCA → Uscita Audio

Questa semplice sequenza permette già di comprendere l’originalità dello strumento.

Nei sintetizzatori tradizionali la tastiera produce direttamente una tensione di controllo.

Nel Syntex, invece, il tasto genera un’informazione numerica che viene gestita da una complessa architettura digitale.

È un approccio molto più vicino ai sistemi di elaborazione elettronica che agli strumenti musicali tradizionali.


La Memory Keyboard

Probabilmente la sezione più innovativa dell’intero progetto.

La tastiera del Syntex non si limita a rilevare quale tasto è stato premuto.

Essa dispone di una vera e propria logica di memorizzazione.

Ciò significa che lo strumento mantiene costantemente sotto controllo lo stato della tastiera, rendendo possibile una gestione estremamente precisa delle informazioni musicali.

Negli anni Settanta questa soluzione era decisamente avanzata.

Molti sintetizzatori concorrenti utilizzavano ancora semplici reti resistive o sistemi di scansione molto più elementari.

Qui troviamo invece registri, contatori e logica TTL organizzati secondo criteri tipici dell’elettronica digitale professionale.


Il Code Converter

Una volta identificata la nota, il sistema deve trasformare il codice digitale in una tensione analogica.

È proprio questo il compito del Code Converter.

Questa scheda rappresenta probabilmente la “firma” progettuale di Sergio Menchinelli.

L’idea di separare completamente la codifica della nota dalla generazione della tensione ricorda infatti molte architetture utilizzate nei sistemi digitali industriali dell’epoca.

In altre parole:

la tastiera non controlla direttamente gli oscillatori.

Controlla un sistema logico.

Sarà poi quest’ultimo a generare la tensione necessaria.

Il risultato è un’elevatissima precisione dell’intonazione.


Un sistema di accordatura rivoluzionario

Nel manuale originale viene sottolineato un aspetto estremamente interessante.

Per accordare completamente il Syntex è sufficiente regolare una sola nota.

L’intera tastiera risulterà automaticamente intonata.

Questa caratteristica deriva proprio dalla gestione digitale delle frequenze.

A differenza dei sistemi tradizionali, nei quali ogni nota può presentare piccoli errori, il Syntex utilizza un metodo numerico che garantisce una precisione praticamente perfetta su tutta l’estensione della tastiera.

Per l’epoca era una soluzione di assoluto prestigio.


Due oscillatori, ma molto più di due oscillatori

Anche gli oscillatori raccontano una storia.

Il Syntex dispone di due generatori principali.

Tuttavia sarebbe riduttivo considerarli semplicemente due VCO.

Ogni oscillatore genera contemporaneamente quattro registri:

Oscillatore 1

  • 32′
  • 16′
  • 8′
  • 4′

Oscillatore 2

  • 16′
  • 8′
  • 4′
  • 2′

In pratica il musicista dispone contemporaneamente di otto registri perfettamente miscelabili.

Questa soluzione richiama chiaramente la filosofia degli organi elettronici, ma viene implementata attraverso una tecnologia completamente differente.

L’oscillatore non è più soltanto una sorgente sonora.

Diventa un vero generatore di registri.


Il secondo oscillatore

Uno degli aspetti più interessanti è la possibilità di accordare il secondo oscillatore rispetto al primo.

Non si tratta semplicemente di ottenere un leggero effetto chorus.

L’intervallo può essere scelto liberamente.

Ottava.

Quinta.

Quarta.

Terza.

Unisono.

Oppure leggere stonature che producono i classici battimenti tipici degli strumenti acustici.

Questa soluzione amplia enormemente la tavolozza timbrica disponibile.


Il filtro

Terminata la generazione del suono, il segnale raggiunge il filtro.

È qui che il Syntex acquista la propria personalità timbrica.

Mentre tutta la logica di controllo è fortemente digitale, il percorso audio rimane rigorosamente analogico.

Transistor.

Amplificatori operazionali.

OTA.

Reti RC.

Il filtro non è un semplice controllo di tono.

È il vero elemento che scolpisce il carattere sonoro dello strumento.

La frequenza di taglio può essere controllata manualmente oppure modulata dall’inviluppo ADSR e dall’oscillatore di modulazione.


Oscillator 3

Il terzo oscillatore è forse il componente più frainteso del Syntex.

Non produce direttamente alcun suono.

Genera invece tensioni di controllo.

È, a tutti gli effetti, un moderno LFO.

Le sue modulazioni possono essere indirizzate agli oscillatori, al filtro o all’amplificatore.

Nascono così vibrato, tremolo, wah-wah e numerosi altri effetti.

Una soluzione estremamente flessibile che dimostra ancora una volta quanto il progetto fosse stato pensato in maniera modulare.


Random Music

Tra le funzioni più curiose troviamo il sistema Random Music.

Questa modalità genera successioni casuali di note creando sequenze imprevedibili.

Oggi una funzione simile appare quasi scontata.

Negli anni Settanta rappresentava invece un’affascinante dimostrazione delle possibilità offerte dalla logica digitale applicata alla musica.


I preset

Il Syntex dispone di quindici preset.

Sarebbe però sbagliato considerarli semplici memorie.

Essi modificano contemporaneamente numerosi parametri dello strumento, riconfigurando il comportamento degli oscillatori, del filtro, dell’inviluppo e delle modulazioni.

In questo modo il musicista può passare rapidamente da un timbro all’altro senza intervenire manualmente su ogni singolo controllo.


Una filosofia sorprendentemente moderna

Osservando oggi il Syntex con gli occhi di un progettista elettronico emerge una considerazione molto interessante.

L’intero strumento è costruito seguendo un principio che diventerà comune soltanto diversi anni dopo.

Il controllo è digitale.

L’audio è analogico.

Questa netta separazione fra elaborazione delle informazioni e percorso sonoro rappresenta probabilmente la caratteristica più innovativa del progetto.

È difficile non vedere in questa architettura l’influenza dell’esperienza maturata da Menchinelli nel settore dei computer e dei semiconduttori.


Il valore storico del Welson Syntex

Il Welson Syntex non è soltanto uno strumento musicale.

È la testimonianza di un momento straordinario dell’ingegneria italiana.

Un periodo in cui progettisti provenienti dal mondo dell’elettronica industriale iniziarono ad applicare le proprie competenze alla musica, introducendo idee nuove e soluzioni tecnologiche estremamente avanzate.

Molte di quelle intuizioni sarebbero diventate comuni soltanto anni più tardi.

Per questo motivo il Syntex merita di essere ricordato non soltanto per il suo suono, ma anche per il valore tecnico del progetto che racchiude.


Conclusioni

Restaurare un Welson Syntex significa molto più che riportare in funzione un sintetizzatore vintage.

Significa preservare una pagina importante della storia dell’elettronica musicale italiana.

Ogni circuito racconta il modo di pensare dei suoi progettisti.

Ogni integrato testimonia una scelta tecnica.

Ogni scheda riflette l’esperienza maturata in anni di ricerca nel settore dei computer, dei semiconduttori e della progettazione elettronica.

Il nostro obiettivo in MM Vintage Box non è soltanto conservare questi strumenti.

Vogliamo comprenderli.

Studiarli.

Raccontarli.

Perché dietro ogni tastiera si nasconde molto più di un insieme di componenti elettronici.

Si nasconde il pensiero di chi l’ha progettata.

Ed è proprio quel pensiero che merita di essere tramandato alle future generazioni.

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